Pubblicazioni e articoli - Criminologa

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La condizione dei detenuti in Italia è un problema drammatico che non fa onore al nostro Paese. I numeri che descrivono questa realtà sono impressionanti. Secondo il censimento  del  D.A.P  (dipartimento  per  l’Amministrazione  penitenziaria  ,  al  30 settembre la popolazione detenuta complessiva è costituita da 64.758 persone, di cui 2.821 donne. La capienza regolamentare è di 47.615.
Il 90% delle donne in cella è madre, i bambini in questo periodo rinchiusi con le loro madri sono una sessantina e vi rimarranno fino al compimento del terzo anno di età, si  è  inoltre  proposto  di  prorogare  l’età  fino  ai  6  anni  anche  se  non  è  questa  la soluzione.
Il  grande  problema  è  che  i  bambini  reclusi  soffrono  di  disturbi  legati  al sovraffollamento, alla mancanza di spazio emotivamente importante, che incide non solo sulla loro crescita complessiva tanto da limitarne lo sviluppo attinente alla sfera emotiva  (relazioni  interpersonali,  affettività)  e  cognitiva,  ma  provoca  anche irrequietezza, facilità al pianto, difficoltà al sonno, inappetenza, apatia.
Le  mamme  detenute  vivono  costantemente  una  situazione  di  disagio  causata  dal sovraffollamento,  da  una  convivenza  forzata  tra  etnie  e  culture  di  appartenenza differenti,  oltre  alle  regole  stesse  del  carcere,  tutto  questo  si  ripercuote
inevitabilmente anche nel rapporto madre figlio. Numerose ricerche hanno dimostrato come  la  mamma  detenuta  sviluppa  una  profonda  colpevolizzazione  che  le  provoca sofferenza e rimpianti, questa la porta a essere iperprotettiva ed esclusiva rispetto al rapporto con il figlio. Quest’ atteggiamento può seriamente compromettere il diritto del bambino ad avere una vita aperta  verso l’esterno . Dopo una lunga permanenza in stato  di  detenzione  i  bambini  spesso  pronunciano  tra  le  prime  parole,  il  termine “apri”,  a  significare  proprio  l’apertura  delle  porte,  dietro  le  quali  loro  stessi trascorrono parecchio tempo.
Il carcere anche nelle situazioni migliori dove sono state realizzate delle sezioni nido all’interno dei relativi istituti è comunque un luogo non compatibile con le esigenze di socializzazione e di sviluppo psico-fisico del bambino.
La cosa più giusta è creare strutture che permettano ai bambini di vivere liberi, non segregati in una cella.
Attualmente l’unica struttura idonea è l’Icam di Milano, purtroppo a causa dei costi troppo alti non tutte le regioni possono permettersi strutture simili.
Va  tenuto  presente,  in  un’ottica  di  recupero  della  detenuta,  che  i  figli  si  rivelano, essere spesso una risorsa importante nel percorso di cambiamento e di crescita delle donne  autrici  di  reato.  L’intera  società  dovrebbe  essere  coinvolta  e  attiva
nell’individuare  soluzioni  che  trovino  una  mediazione  tra  l’applicazione  della custodia in carcere per la madre, quando necessaria ai fini dell’espiazione della pena, e  la  garanzia  di  un’infanzia  il  più  possibile  serena  per  il  bambino  che  non  ha
commesso nessun crimine!
Spesso sento dire dai genitori di figli adolescenti, “non riconosco mio figlio, non è più quel bambino timido e dolce …che era”
Uno sconosciuto che quando le cose non vanno bene, fa di tutto per non farsi riconoscere, in modo tale da non attivare le reazioni familiari.
Forse per questo capita che i genitori non si accorgono delle sofferenze dei propri figli, quelle che può portarli a gesti impulsivi, incontrollati.
Soprattutto se poi i genitori sono impegnati a fronteggiare questioni importanti come il lavoro, i ritmi frenetici, le preoccupazioni per i conti che non tornano, meno che mai come gli ultimi tempi.
Quando ci sono grandi preoccupazioni, può far comodo non vedere. Di fronte all’affermazione del proprio figlio va tutto bene non ci si sofferma ad osservare che questo corrisponda alla realtà .
Alle volte è sufficiente un profilo scolastico accettabile e i contrasti anche quando sono molto forti li si considerano fisiologici.
Va precisato che l’adolescenza per tutte le sue caratteristiche intrinseche è considerata una fase evolutiva ad alto rischio di acting out di cui il suicidio ne rappresenta l’apice.
Un ragazzo che arriva a togliersi la vita per qualsiasi motivo lo faccia, lascia impietriti !  Difficile darsi una giustificazione..
E’ il dramma di tutti quei ragazzi che soffrivano e non avevano trovato un luogo protetto in cui esprimere la loro sofferenza, così hanno deciso di andarsene.
La domanda che mi pongo di fronte a questi casi è  che se un adolescente non si confidava con la sua famiglia deve aver avuto le sue ragioni.
Spesso i ragazzi non si sentono accettati , hanno paura di deludere le aspettative di genitori che alle volte fanno confronti con altri coetanei o peggio ancora con i propri fratelli!
Mi è capitato di spiegarmi con genitori molto rigidi, e questa loro caratteristica era dettata dalla paura di non riuscire a mantenere un’immagine sociale.
I figli sono considerati una parte di sé e partecipano alla costruzione e al mantenimento di quell’immagine. Viene avvertito il senso di perdita di un’idea di figlio che non esiste e dei progetti fatti su di lui, come anche la disillusione di raggiungere attraverso di lui obiettivi personali mancati.
Certo non pesa tutto sulla famiglia.
A 14 anni il parere dei coetanei è fondamentale, è la base su cui appoggiarsi nel passaggio dalla dipendenza familiare all’autonomia, se il rapporto con loro non funziona, viene a mancare il ponte verso il futuro . I coetanei sono i primi con cui un ragazzo o una ragazza si confidano. Non sempre però  si trovano compagni disposti ad ascoltare e alle volte capita che quelli che ascoltano, reali o virtuali che siano, abbiano bisogno di farsi forti delle debolezze degli altri, e utilizzano male le confidenze ricevute.
Vorrei terminare dando un messaggio ai genitori di non voler essere amici dei propri figli, ma la loro guida!  
UDINE - Sono sempre più giovani. E sempre più tecnologici. Maschi e femmine, indifferentemente.

È questo l'identikit dei bulli che se la prendono con i malcapitati di turno, bersagliati spesso per motivi futili, al solo scopo di "soddisfare" il bisogno estremo di affermazione del prepotente del gruppo. A tracciarlo, ieri mattina, davanti a un centinaio di alunni delle classi prime dello Zanon di Udine, nel corso di un incontro promosso dal Lions Club Udine Duomo, sono stati i funzionari della Polizia di Stato di Udine, la responsabile dell'ufficio minori della Questura Mara Lessio e il sovrintendente capo Stefano Bernardis, oltre alla criminologa Angelica Giancola.
«Abbiamo casi di bullismo già dalle elementari», svela una realtà inquietante Mara Lessio, testimoniando come il fenomeno sia molto cambiato nel corso degli anni. Partito da un bullismo prettamente maschile, «Più fisico dunque». E ora allargatosi anche sul versante femminile, con molte ragazzine che indossano i panni del bullo: «È diventato molto più psicologico». Sebbene pure le ragazze si mostrano capaci di arrivare anche alle mani, al pari dei loro compagni maschi: «È avvenuto nel Veneto il caso di una ragazzina vittima di bullismo. È molto carina. Spicca nel gruppo. E quando ha cambiato scuola - testimonia Giancola - è stata subito presa di mira dalla bulla della classe, di cui ha destato le invidie. L'hanno chiusa in bagno e massacrata di botte».
Negli ultimi tempi, poi, si sta diffondendo in maniera sempre più preponderante il cosiddetto cyberbullismo, con messaggini inviati sui cellulari. E foto e video divulgati e pubblicati attraverso la rete. «Assume forme nuove e, se vogliamo, ancor più pericolose - si concentra sul bullismo agevolato dalle nuove tecnologie Bernardis -. Sono nativi digitali. Non hanno necessità di imparare a usare telefonini, e-mail e telecamere incorporate ai loro cellulari. Le usano in modo molto naturale ma allo stesso tempo anche improprio. Il cyberbullismo provoca forse conseguenze ancora più gravi, perché si nasconde dietro l'anonimato e perde una connotazione spazio-temporale, con conseguenze che si ripercuotono nel tempo».
E si sviluppa in forme ancora più "subdole", rendendo difficile anche per i genitori accorgersi di cosa sta capitando ai propri figli: «Bisogna fare attenzione ai segnali di malessere che i ragazzi manifestano - aggiunge -. Spesso le vittime dei bulli non vogliono andare a scuola; non escono di casa e tendono a chiudersi chiudono in se stessi».
Fondamentale, per gli esperti, è anche l'attenzione delle scuole a cogliere i campanelli d'allarme: «Il bullismo - spiega ancora Giancola - si sviluppa in genere nei luoghi di aggregazione. Una volta ce n'erano di più. Ora il principale resta la scuola. L'85% degli episodi di bullismo avviene in presenza di altre persone, quando l'occhio dell'insegnante non vigila. Gli spettatori hanno dunque un ruolo fondamentale: possono non far nulla, di fatto appoggiando il bullo o possono intervenire, proteggendo la vittima e segnalando i casi agli adulti».
Fondamentale è dunque intervenire il prima possibile. Anche per recuperare i bulli: «Un'indagine del laboratorio del Fatebenefratelli ha dimostrato che se i bulli non vengono rieducati entro i 16 anni, accumulano da 1 a 4 condanne penali entro i 24 anni - conclude Giancola -. Mi è capitato di incontrarli in carcere. E sono spesso ragazzi di famiglie per bene».
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UDINE. Filmati a luci rosse, fotografie compromettenti, commenti e incitazioni alla violenza. Il tutto attraverso smartphone, social network e internet. È il volto del bullismo 2.0, fenomeno in aumento tra le nuove generazioni, quelle dei cosiddetti nativi digitali. Ieri, l’allerta è stata lanciata nel convegno all’auditorium Zanon organizzato dal Lions Club Duomo che ha coinvolto un centinaio di studenti delle classi prime dell’istituto.
Una piaga diffusa tra adolescenti, ma in crescita anche tra i giovanissimi: «Abbiamo registrato episodi anche tra bambini delle scuole primarie» ha spiegato Mara Lessio, dell’ufficio minori della Questura. Difficile avere però il polso reale della situazione perché la paura spesso inibisce le denunce. Ecco perché il ministero dell’Interno ha attivato un piano di azione contro bullismo e spaccio di stupefacenti, da attuare in sinergia con le forze dell’ordine e con gli uffici scolastici.
«È attivo da qualche giorno anche a Udine – conferma Lessio - un numero, 43002, a cui è possibile inviare un sms, in forma anonima e protetta, contenente una segnalazione di un episodio di violenza. Su ogni sms che arriva viene fatta una verifica, e se c’è ipotesi di reato vengono attivati accertamenti con l’apertura di procedure mirate».
L’identikit del bullo tipo è «un ragazzo o una ragazza con un carattere dominante – ha sottolineato la criminologa Angelica Giancola – attorno a cui si riuniscono dei “gregari” e fanno fronte comune contro un soggetto più debole».
Lo scontro nasce sempre dalla percezione del diverso, e può sfociare in razzismo, omofobia, violenze fisiche e psicologiche. Il bullo si accanisce contro un semplice modo di vestire, contro la famiglia di provenienza e la condizione sociale «spesso si circuisce chi è benestante per sottrargli soldi e beni», e nei casi più gravi se la prende con la disabilità. Se i protagonisti di pestaggi e risse sono soprattutto i maschi, per quanto riguarda la violenza psicologica, quella che nasce e matura tra l’anonimato dei social network, artefici e vittime sono donne.
«Spesso i genitori notano un cambiamento di comportamento nei figli presi di mira, ma raramente vengono a conoscenza di quanto accaduto» precisa Giancola. In Fvg il fenomeno è contenuto, ma esiste. Nell’85 per cento dei casi le violenze accadono a scuola, il primo luogo di aggregazione tra ragazzi, ma anche nelle società sportive, dove la competizione può prendere una brutta piega. Ma è dietro lo schermo di un computer che si cela il bullismo più difficile da combattere.
«Con le nuove tecnologie il bullismo si è trasformato – ha spiegato Stefano Bernardis sovrintendente capo funzionario della Questura – e nasce dal loro utilizzo improprio. Spesso i bulli non sanno di compiere un reato, si nascondono dietro un nickname. Ma le conseguenze per le vittime si protraggono nel tempo. E complicato accorgersene perché i ragazzi non parlano, non raccontano per vergogna e paura. L’iniziativa dell’sms in forma protetta darà sicuramente un importante contributo, ma è importante partire dall’educazione». Le statistiche parlano chiaro: «I bulli che non vengono rieducati entro i 16 anni di età collezionano entro i 24 anni da una a quattro condanne penali»

Il periodo dell’adolescenza, è considerato un momento di grande confusione che si caratterizza di continui cambiamenti d’umore e intensi eventi emotivi.
Man mano che i ragazzi si avvicinano all’età adulta, si trovano a dover affrontare nuove sfide e numerose pressioni sociali; accade spesso che questa fase di transizione venga vissuta con difficoltà.
A mio avviso non dobbiamo minimizzare il cambiamento d’umore o di comportamento definendolo una semplice fase ”da superare per crescere” come dicono molti esperti.
A conferma di questo, oggi sempre più ci si trova di fronte a giovani che sentendosi incompresi tendono a isolarsi e a manifestare un atteggiamento ribelle, indice di un disturbo dell’umore. Recenti studi hanno avvalorato la tesi che gli adolescenti possono ammalarsi di depressione tanto quanto gli adulti .
A tutte le età, la depressione è una condizione che dovrebbe essere presa sul serio, perché si accompagna a gran sofferenza interferendo nella vita di ogni giorno arrivando anche a distruggerla. Negli ultimi 30 anni la percentuale dei suicidi tra i giovani è progressivamente aumentata .
E’ opportuno saper riconoscere quali sono i sintomi della depressione giovanile per poterla affrontare .
In generale la depressione altera l’umore, il pensiero, il comportamento. Un giovane depresso può apparirci visibilmente malinconico, irritabile, triste, perdendo l’interesse per quelle attività, persone, cose che un tempo reputavano gradevoli, arrivando anche al ritiro sociale.
Tendono ad avere bassa autostima accompagnata da un calo nelle prestazioni scolastiche o lavorative. Si possono anche sviluppare fobie, paure associate a specifiche situazioni come ad esempio andare a scuola. Man mano che la depressione si fa più acuta, si accentuano i sentimenti di svalutazione e disperazione tant’è che i soggetti gravemente depressi possono iniziare a pensare di farsi del male fino ad arrivare al gesto più estremo che è il suicidio.
Quelli che ho citato sono solo alcuni dei sintomi classici della depressione, ma nell’adolescenza possono manifestarsi anche sintomi non tipici o “mascherati”.
Ad esempio abuso di alcool e droghe spesso vanno di pari passo con la depressione giovanile e ne peggiora l’esito. Si possono inoltre presentare problemi di concentrazione, così come irrequietezza e iperattività. La depressione può anche presentarsi in forma “mascherata” da problemi fisici o altre condizioni in apparenza non attinenti. Tra questi vanno citati i disordini alimentari come anoressia e/o bulimia .
L’individuo depresso difficilmente riesce a vedere “la luce alla fine del tunnel “ ecco perché è importante trasmettere fiducia e speranza, cercando di parlare spiegando che assieme tutto si supera e si ritorna alla vita con il sorriso che tutti e dico tutti, abbiamo il diritto di avere! Per fortuna la depressione adolescenziale risponde efficacemente agli interventi !
MARTEDÌ 19 GENNAIO 2016 MESSAGGERO VENETO

Realtà sociale Genitori-prof binomio cruciale : Intervista ad Angelica Giancola,specializzata in psicologia giuridica.
Non è più una ragazzata - Una persecuzione vera e propria e spesso paragonata al mobbing nel mondo del lavoro

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